Un Semplice Errore Potrebbe Aver Incoraggiato i Malati a Mangiare i Morti

La storia della medicina è piena di rimedi che, visti attraverso una lente moderna, sembrano sconcertanti, fuorvianti o decisamente macabri. Tra questi c’è la “mumia” – una sostanza medicinale derivata da resti umani mummificati. Dal XII al XVII secolo, i medici di tutta Europa prescrivevano la mummia in polvere come panacea per disturbi che andavano dal sanguinamento interno e ossa rotte all’epilessia e alla melanconia. Una volta considerata un potente elisir infuso con la forza vitale degli antichi, la mumia era un elemento fondamentale nelle farmacie, ricercata dai ricchi e raccomandata dai dotti. Tuttavia, con l’evolversi delle conoscenze mediche, anche gli atteggiamenti verso questo rimedio insolito cambiarono, e nel XVIII secolo era in gran parte caduta nell’oblio.

La credenza nel potere curativo della mumia era profondamente radicata nelle teorie mediche prevalenti dell’epoca. Una di queste teorie era la dottrina delle segnature, che sosteneva che le sostanze naturali somigliavano ai disturbi che erano destinate a curare. La carne mummificata, conservata per secoli, sembrava una candidata ovvia per trattare la decomposizione, le ferite e il deterioramento interno. Conservati attraverso i secoli, i corpi mummificati erano considerati una cura perfetta per tutto. Un’altra idea influente era il vitalismo, la nozione che la forza vitale potesse essere trasferita da un corpo all’altro, in particolare da un essere umano conservato a un paziente vivente.

A ciò si aggiungeva la fascinazione europea per le tradizioni mediche del mondo islamico. Medici arabi come Avicenna avevano descritto l’uso terapeutico del bitume – una sostanza naturale simile al catrame chiamata anche mūmiyā – che aveva applicazioni medicinali nella guarigione delle ferite. Quando questi testi furono tradotti in latino, gli studiosi europei confusero erroneamente il mūmiyā con le mummie egiziane, assumendo che i morti imbalsamati fossero dotati di proprietà curative simili. Il risultato fu un fiorente commercio di resti umani macinati, con mummie provenienti da tombe egiziane, ladri di tombe e persino siti di esecuzione locali.

La mumia veniva prescritta per una gamma sorprendente di condizioni. I medici credevano che potesse accelerare la guarigione, prevenire le infezioni e persino curare l’epilessia. Ingerita in forma di polvere o mescolata in tinture, era raccomandata per sanguinamenti interni, ictus e tubercolosi. Alcuni suggerivano che potesse allontanare la melanconia o ripristinare la vitalità giovanile, rendendola un rimedio popolare tra l’élite europea. Le farmacie tenevano la polvere di mummia accanto ad altri medicinali derivati da esseri umani come il cranio in polvere (cranium humanum) e il grasso umano distillato (axungia hominis). Più antichi erano i resti, più potenti si pensava fossero. Tuttavia, poiché la domanda di mumia superava l’offerta di vere mummie egiziane, i commercianti opportunisti si rivolgevano a cadaveri più recenti – alcuni arrivavano persino a derubare le forche per soddisfare le esigenze del mercato.

Declino eventuale
Nonostante il suo uso diffuso, la mumia non era priva di detrattori. Nel XVI secolo, alcuni medici iniziarono a mettere in discussione sia la sua efficacia che le sue implicazioni etiche. Il medico svizzero Paracelso (1493–1541) sosteneva che solo i resti umani freschi – non la carne imbalsamata antica – avessero valore medicinale, mentre altri respingevano la pratica come nient’altro che superstizione. L’enfasi crescente sulla scienza empirica nei secoli XVII e XVIII erose ulteriormente la fiducia nella mumia. Con l’avanzare dell’anatomia e della patologia, l’idea che un tessuto conservato da secoli potesse guarire i vivi sembrava sempre più implausibile. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti pubblici verso i resti umani iniziarono a cambiare.

L’ascesa dell’egittologia e l’interesse archeologico per le mummie le ridefinirono come artefatti storici piuttosto che come merci mediche, rendendo il loro consumo sgradevole anche per coloro che una volta giuravano sulle loro proprietà curative. Un rispetto emergente per la cultura egiziana antica contribuì a rendere il consumo di mummie sgradevole. Entro l’inizio del XVIII secolo, la mumia era in gran parte scomparsa dalla pratica medica, relegata agli annali della storia come esempio del passato a volte raccapricciante della medicina.

Il declino della mumia serve come promemoria di come le conoscenze mediche evolvano, abbandonando trattamenti una volta venerati a favore di approcci basati su prove. Tuttavia, mentre il cannibalismo medicinale può sembrare scioccante oggi, la ricerca di cure miracolose continua. Dalle terapie con cellule staminali agli integratori per la longevità, il desiderio di sfruttare l’essenza stessa della vita persiste – sebbene con maggiore rigore scientifico. Guardando indietro all’uso della medicina mummificata, ci viene ricordato che il confine tra scienza e superstizione non è sempre così chiaro come vorremmo credere.


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