Riti primaverili a Lykosoura nel II secolo a.C

Fiaccole accese nell’oscurità. Nell’aria un profumo intenso. Centinaia di individui, esausti, si stringono accovacciati nei loro mantelli nel rigore tagliente delle prime ore del mattino alle soglie della primavera. Tutti attendono con trepidazione e in religioso silenzio l’alba, assiepati nel vasto piazzale di fronte al tempio: tra poco i raggi del Sole nascente illumineranno il volto della Despoina, la loro dea – Signora della Natura – alla quale sono devoti. In basso, Annalisa Lo Monaco fra due delle statue del santuario di Lykosoura. In alto, una ricostruzione di come dovevano apparire le statue. Siamo in Grecia, circondati da boschi sulle montagne scoscese dell’Arcadia, nel cuore del Peloponneso. È una notte intorno al 20 marzo, nei primi decenni del II secolo a.C. Gli uomini e donne che adesso riposano qualche ora prima hanno offerto sacrifici, mangiato, bevuto, assunto oppio e danzato sfrenati, al ritmo di flauti e strumenti a corde, con maschere animali sul volto. Il rito al quale hanno partecipato è stato coinvolgente, intenso e segreto: è un rituale misterico, che prevede tappe successive di iniziazione e il divieto assoluto di farne menzione ai non iniziati.

Location dell’evento è il santuario di Lykosoura, individuato nel 1889 dalla Società archeologica greca e oggetto di una rapida campagna di scavi, che permise il recupero di edifici e materiali votivi offerti in dono nell’area sacra. Intorno al 200 a.C. il santuario aveva conosciuto un’importante fase di restyling, con la straordinaria concezione del tempio nell’assetto che ci è stato restituito dagli scavi. Al suo interno era stato appositamente realizzato un nuovo gruppo di statue di culto, impostato su un’alta base che occupava quasi per intero lo spazio interno della cella. Sulla base erano le statue delle divinità: al centro, sedevano Demetra e la figlia Despoina – la dea a cui era intitolato il santuario –, ai loro lati erano invece Artemide (la dea dei boschi) e Anytos (un eroe locale che la tradizione vedeva come il padre putativo di Despoina). Un bel quadro di famiglia, in forme decisamente monumentali: le statue al centro erano alte quasi quattro metri!

Tutto questo era noto da tempo. Ora però, grazie al nostro lavoro, siamo di fronte a una nuova scoperta, riportata in due articoli – firmati dai due scriventi, Annalisa Lo Monaco, professoressa di archeologia classica presso il Dipartimento di scienze dell’antichità in Sapienza Università di Roma, e Salvo Guglielmino, ricercatore all’Inaf di Catania – usciti questa settimana sul nuovo Supplemento della rivista Scienze dell’Antichità in un volume dedicato al politeismo in Grecia.

L’unione dei dati astronomici con le evidenze fornite da documentazione archeologica e fonti letterarie ci ha portato a proporre che questo rituale segreto si svolgesse in due giornate all’inizio della primavera. Clou del sistema sono da considerare osservazioni accertate su base astronomica circa le fasce orarie relative all’illuminazione di alcuni edifici del santuario (il tempio, la gradinata teatrale a sud di esso). Sulla scorta di queste nuove evidenze sono state poi scanditi i diversi momenti del rito, sulla base di analogie con altri rituali misterici noti nel mondo greco.

Ma partiamo dall’inizio. Non possediamo alcuna informazione diretta sul calendario di questa festa religiosa, in grado di farci sapere in quale momento dell’anno essa venisse celebrata. È proprio il suo carattere segreto ad avere tenuto nascosti fino ai nostri giorni molti dettagli del rituale. Tuttavia, la misurazione in pianta dell’orientamento del tempio all’interno del santuario ha permesso di osservare che il suo asse è rivolto esattamente a est, ad azimut uguale a 90° sull’orizzonte.

Tramite un’applicazione per le mappe satellitari di Google Earth che permette di ottenere l’orario e la direzione dell’alba, mezzogiorno e tramonto per un dato punto geografico, è stato possibile verificare questo allineamento. Questo fa sì che la luce del Sole batta perpendicolarmente alla facciata del tempio quando il Sole sorge all’equinozio di primavera e di autunno, mentre si trova in corrispondenza dell’equatore celeste e si leva esattamente nel punto cardinale est. Crediti: Google Earth/Airbus, Cnes/Airvus, Maxar Technologies.

Dato che il santuario è disposto su una stretta terrazza, arroccato sul fianco di un monte, e l’orizzonte est risulta libero, all’alba nei giorni attorno agli equinozi i raggi solari entravano all’interno del tempio fino a penetrare nella cella interna. Visto che il tempio era stato appena ricostruito, ciò non può essere frutto del caso: la festa doveva dunque cadere in un periodo dell’anno coincidente con uno dei due equinozi. Sin qui l’astronomia. La menzione delle offerte vegetali presentate alla dea (piante con fioritura nella prima parte dell’anno), la natura stessa del rituale sfrenato e orgiastico e la personalità della dea, che traspare dalle offerte votive e dal tipo di rituale svolto in suo onore, suggeriscono che si tratti di una festa legata alla fertilità umana, e in generale al risveglio della natura. Tutto porta dunque a ritenere che si trattasse di un rito primaverile.

Il rito solenne doveva essere celebrato a cadenza annuale, al ripresentarsi della primavera dopo il rigido inverno. Nel primo giorno della festa, oltre all’arrivo e ad alcune operazioni preliminari, doveva avvenire la prima “catechesi” dei fedeli: è a questa funzione che è destinata la gradinata imponente e ripida sul lato meridionale del tempio, proprio di fronte a una piccola porta sulla parete laterale del tempio.

L’entrata laterale del tempio era esposta esattamente verso sud (azimut pari a 180° sull’orizzonte) e veniva illuminata frontalmente a mezzogiorno. È verosimile quindi che quello fosse il momento in cui la sacerdotessa, abbigliata opportunamente, apparisse alle centinaia di fedeli qui riuniti in attesa, seduti e in piedi sulla gradinata, per mostrare loro oggetti sacri o dare informazioni sulle fasi della liturgia che doveva seguire. Di questo purtroppo non sappiamo nulla di più. Non sappiamo quanto durassero queste catechesi: le gradinate restano illuminate dal Sole per qualche ora, fino al primo pomeriggio.

Qualche ora dopo doveva avvenire il grande sacrificio di animali (ognuno portava quello che voleva) dati alle fiamme su uno degli altari davanti al tempio, sulla terrazza accanto alla gradinata. Centinaia di persone si muovevano qui, e, intorno al fuoco, danzavano con il volto coperto da maschere di maiali, arieti e asini, abbandonate a ritmi sfrenati che duravano per gran parte della notte. Solo ad alcuni era riservata l’iniziazione vera e propria, all’interno di uno stretto porticato sulla terrazza superiore. I gradini e il tempio di Despoina oggi.

Per la conclusione dell’evento si doveva ancora aspettare l’alba. Solo poco prima delle sei del mattino, infatti, i fedeli assiepati nel piazzale avrebbero potuto vedere le statue di Demetra e della figlia Despoina illuminarsi, colpite dai raggi del Sole nascente. Considerando l’ampiezza della porta e lo spazio residuo tre le due colonne centrali del tempio, si può osservare che dal piazzale non sarebbero state visibili le statue laterali. Il cono di luce illuminava con effetto teatrale le sole due divinità principali, spostandosi via via sulla destra mentre il Sole iniziava la sua lenta ascesa diurna e determinando in tal modo un effetto di luce maggiore su Despoina. Soltanto a una distanza ravvicinata, entrati pochi alla volta nel tempio, nel campo visivo sarebbe apparso il gruppo nel suo insieme, con la luce che a poco a poco, e per una mezz’ora ancora, si sarebbe spostata pian piano sulla destra. Despoina al centro era la dea più a lungo illuminata del gruppo. La sua apparizione nella luce doveva sembrare una vera e propria “epifania”, una rivelazione liturgica che chiudeva e coronava con grande effetto scenografico l’iniziazione dei fedeli avvenuta nelle ore precedenti. Copertina del volume che ospita i due studi.

Archeologia e astronomia insieme hanno ora così permesso di fare nuova luce su un rituale tenuto segreto per molti secoli. È uno dei risultati più recenti nel campo dell’archeoastronomia nel mondo classico, che rimane ancora poco esplorato sotto questa prospettiva. Nell’ultimo decennio, i contesti archeologici greci e romani sono stati oggetto di una revisione negli approcci di interazione tra archeologia e astronomia, e promettono per il futuro di riservare nuove scoperte grazie alla collaborazione degli studiosi di queste due discipline.


Pubblicato

in

da

Tag: