Perché il fucile degli astronauti sovietici era indispensabile: tra spazio e orsi feroci
Foto realistica di un astronauta sovietico degli anni ’80 equipaggiato con il TP-82, il famoso fucile degli astronauti, utilizzato per la sopravvivenza nella taiga in caso di atterraggi d’emergenza. L’ambientazione mostra la durezza del paesaggio e il clima ostile che i cosmonauti dovevano affrontare dopo il rientro sulla Terra.
Quando si pensa agli equipaggiamenti spaziali, raramente viene in mente un’arma da fuoco. Eppure, a partire dagli anni ’80, il fucile degli astronauti sovietici diventò parte integrante del kit di sopravvivenza. Non serviva per difendersi da alieni o minacce cosmiche, ma da nemici molto più terrestri e pericolosi, come gli orsi. Questa curiosa decisione nasce da un episodio drammatico vissuto da due cosmonauti dispersi nella taiga russa. Proprio da quella disavventura prese vita uno degli accessori più insoliti mai pensati per una missione spaziale. Ripercorriamo insieme la storia del fucile degli astronauti, scoprendo perché non poteva assolutamente mancare nei viaggi di ritorno sulla Terra.
Il caso Voskhod 2: la nascita del fucile degli astronauti
Nel marzo del 1965, la missione Voskhod 2 si concluse con un rientro decisamente movimentato. Il cosmonauta Alexey Leonov, dopo aver compiuto la prima passeggiata spaziale della storia, dovette affrontare una sfida ben diversa: sopravvivere alla natura selvaggia.
La capsula, infatti, atterrò in una remota zona degli Urali, a circa 96 chilometri dal punto previsto. Non c’erano città, né strade. Solo taiga innevata, orsi e lupi affamati. In quel periodo dell’anno, infatti, gli animali erano particolarmente aggressivi.
Leonov e il suo compagno Pavel Belyayev avevano con sé solo una pistola Makarov PM da 9 mm. Utile contro eventuali minacce umane, ma praticamente inutile contro un orso bruno in piena carica. Per due giorni e due notti resistettero al freddo glaciale e al terrore costante di un attacco.
La paura che ha cambiato la storia
L’esperienza traumatica della missione Voskhod 2 lasciò il segno. Nonostante il successo della passeggiata spaziale, fu la paura degli orsi a tormentare Leonov per il resto della sua vita.
Rientrato in patria da eroe, Alexey chiese con forza un aggiornamento dell’equipaggiamento per le future missioni. Doveva essere inserita un’arma in grado di garantire una reale protezione nella taiga, capace di affrontare predatori di grandi dimensioni. Fu proprio grazie a questa richiesta che iniziò lo sviluppo di un’arma dedicata agli astronauti: il famoso TP-82.
TP-82: il fucile degli astronauti tra innovazione e sopravvivenza
Dal 1986, il TP-82 divenne ufficialmente parte del kit di sopravvivenza degli astronauti sovietici. Non era una semplice pistola, ma un vero e proprio ibrido tra fucile e pistola a tre canne, pensato per risolvere qualsiasi problema potesse presentarsi nella taiga.
Lungo 36 centimetri e con un peso di oltre un chilo e mezzo, il TP-82 era progettato per essere efficace contro la fauna locale e, allo stesso tempo, utile in situazioni di emergenza. Le due canne superiori sparavano potenti colpi da caccia, ideali contro orsi, lupi e altri animali selvatici. La canna inferiore, invece, era pensata per colpi di minor calibro.
Più di un fucile: un’arma multifunzione
Oltre alla funzione difensiva, il TP-82 era un vero strumento di sopravvivenza. Poteva lanciare razzi di segnalazione per facilitare il ritrovamento degli astronauti dispersi. Ma non finisce qui: il calcio del fucile ospitava un machete estraibile, utile per tagliare legna, costruire ripari o difendersi a distanza ravvicinata.
Grazie a questa soluzione, gli astronauti potevano affrontare con maggiore sicurezza anche i peggiori imprevisti dopo l’atterraggio. Non più ostaggi indifesi della natura selvaggia, ma viaggiatori spaziali pronti a tutto, anche a fronteggiare gli orsi più feroci.
Conclusione
La storia del fucile degli astronauti sovietici dimostra quanto il confine tra spazio e Terra possa essere sottile. Nonostante le straordinarie conquiste tecnologiche, i cosmonauti dovevano ancora temere i pericoli più antichi: la natura selvaggia e i suoi predatori.
Grazie alla lezione imparata con la missione Voskhod 2, nacque uno strumento che univa difesa, sopravvivenza e tecnologia. Oggi il TP-82 non è più in dotazione, ma il suo mito continua a vivere, ricordandoci che, anche dopo aver sfidato le stelle, il vero nemico potrebbe aspettarci al nostro ritorno sulla Terra.