Due giorni con Simp 0136, solitario e mutevole

Rappresentazione artistica dell’oggetto⁢ celeste‌ “solitario” Simp 0136. Crediti: Nasa, Esa, Csa e Joseph Olmsted (Stsci)

Simp 0136 è un gigante gassoso, molto gigante e molto gassoso. E assai peculiare. Anzitutto, a ⁣differenza di ‍Giove e Saturno, ‍non vive ​in​ un condominio planetario come il ‍nostro‍ Sistema solare, ‍ma se ne sta isolato, per i fatti suoi,⁢ a circa vent’anni luce da noi, in direzione della costellazione dei Pesci. Senz’alcuna ⁣stella attorno alla quale orbitare.‍ Anzi, forse è lui stesso la ​“stella”: la sua importante ⁣massa –​ oltre 13 volte quella di ‌Giove – lo colloca⁣ infatti sull’incerta zona di confine fra pianeti⁢ e nane brune.

Gigante e solitario, senza alcuna fonte di luce‌ nei ⁤dintorni che accecando l’osservatore ne pregiudichi la⁣ visibilità, ​è dunque un soggetto ideale per essere studiato​ dai telescopi, complice anche la distanza relativamente ridotta che lo separa da noi. Hanno ‌puntato lo sguardo su di lui‌ molti telescopi da terra. Lo hanno fatto‍ dallo spazio i due osservatori⁤ della Nasa Hubble e Spitzer. E ⁢ora anche il telescopio spaziale Webb, che non l’ha perso di vista ‍per due “giorni” interi, vale a dire per quasi⁤ cinque ore, considerando che un ⁣giorno, là ​su Simp 0136, dura poco più ⁢di 140 minuti. Collezionando con NirSpec (lo spettrografo nel vicino infrarosso di ‍Webb)⁢ migliaia di spettri da 0.6 a 5.3 micron – uno ogni 1.8 secondi per più di tre ore, mentre Simp 0136 ⁤compiva una rotazione completa. ​E immediatamente​ dopo, durante una successiva rotazione, acquisendo centinaia d’altre ‌misure spettroscopiche ‌– una ​ogni 19.2 secondi, questa‌ volta con⁢ lo strumento ‍Miri ‍(sensibile al medio infrarosso), da 5 a 14 micron. Scoprendo‍ così un altro tratto‌ peculiare ⁤di questo eremita celeste: la varietà della⁣ sua composizione ​atmosferica.

Le‍ centinaia di curve di luce dettagliate raccolte da Webb mostrano infatti, per​ ciascuna lunghezza d’onda, come‌ la⁢ luminosità ⁢cambia man mano che⁣ l’oggetto ruota. Per ​capire il motivo di‌ questa variabilità, il team che ha compiuto le osservazioni si è avvalso⁢ di modelli atmosferici, così ⁣da individuare la regione atmosferica d’origine delle emissioni alle⁣ diverse lunghezze d’onda. «Le diverse lunghezze d’onda forniscono informazioni sulle ‍diverse profondità dell’atmosfera», spiega Allison⁣ McCarthy, dottoranda alla Boston University ⁤e prima autrice dello studio che⁢ riporta questa settimana i risultati delle⁤ osservazioni su The Astrophysical Journal Letters. ⁣«Abbiamo iniziato a capire che le lunghezze d’onda con forme delle curve di luce fra loro più ‌simili⁣ erano anche riconducibili alle stesse profondità, rafforzando così l’idea che a causarle sia lo stesso meccanismo». Queste curve di⁢ luce mostrano la variazione‌ di luminosità⁣ di⁤ tre diverse serie di lunghezze d’onda della ‍luce nel vicino infrarosso proveniente dall’oggetto isolato di massa planetaria​ Simp 0136‌ durante la sua rotazione. Il diagramma ‍a destra illustra la possibile struttura dell’atmosfera di Simp 0136, con le frecce colorate che rappresentano le stesse lunghezze d’onda della ‌luce mostrate nelle curve di luce. ‍Le frecce spesse rappresentano più luce, le frecce sottili⁢ meno luce. Crediti: Nasa, Esa, Csa e Joseph Olmsted (Stsci)

Il gruppo di ‌lunghezze d’onda indicato nell’infografica qui sopra in colore‌ rosso, per esempio, ha origine in strati‍ profondi dell’atmosfera, dove potrebbero esserci nubi a chiazze composte da particelle di ferro. Un secondo gruppo, quello ⁢in giallo, proviene da nubi più alte, che si pensa siano costituite da minuscoli grani di minerali silicati. ‍Le variazioni in entrambe le ‍curve di luce‍ sono dunque legate alla disomogeneità degli strati di nubi. Un terzo gruppo ​di lunghezze d’onda, qui rappresentato dal colore blu, ha invece⁣ origine ad altissima quota, molto ‍al di ⁣sopra delle nubi,⁤ e sembra seguire⁢ l’andamento della temperatura.

Ci sono poi anche alcuni hot spot – ‌“punti‌ caldi”⁢ luminosi – che potrebbero essere collegati alle aurore, ⁢rilevate in precedenza a lunghezze d’onda radio, oppure alla ‍risalita di gas caldo ⁢da zone ‍più profonde dell’atmosfera. Non mancano, curve di luce⁢ il cui andamento ‌non può essere spiegato né dalla presenza⁤ di nuvole né ‍dal variare ⁣della temperatura, esibendo piuttosto cambiamenti che potrebbero essere dovuti alla presenza,‌ in atmosfera, di sacche di ‌monossido di carbonio e anidride carbonica​ che entrano ed escono dalla visuale, oppure a reazioni chimiche ⁢che alterano l’atmosfera nel corso del ​tempo.

«La chimica ancora ‍ci sfugge», ammette⁢ la principal investigator del programma osservativo​ condotto con Webb, Johanna Vos, del Trinity College ‍di Dublino. «Ma​ si tratta di⁣ risultati davvero entusiasmanti, perché ci mostrano che le abbondanze ​di⁢ molecole come il metano e ⁢l’anidride carbonica potrebbero cambiare ‍da un luogo all’altro e nel‌ tempo. Se stiamo dunque osservando un esopianeta e possiamo ottenere una sola ‍misurazione, dobbiamo mettere in‍ conto che‌ potrebbe non essere rappresentativa dell’intero⁣ pianeta».


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