La ISS? Più “sporca” è meglio

Simbolo di⁢ cooperazione internazionale e laboratorio di ricerca scientifica in ‍microgravità, la Stazione spaziale internazionale (Iss) offre agli ⁤astronauti un’esperienza di vita unica.‌ La permanenza a bordo, ‌a circa 400 km di quota, pone tuttavia diverse sfide. Una​ delle principali, per⁤ la quale esiste una pletora di⁤ letteratura scientifica, è⁤ quella legata ai rischi per ⁢la salute. In primo piano, la ⁤Stazione⁢ spaziale internazionale. Sullo sfondo, l’orizzonte terrestre e l’oscurità dello spazio. L’immagine ⁣è ⁣stata scattata nel 2010 dall’equipaggio della missione Sts-130. Crediti: Nasa

Oltre alla perdita di massa ossea e muscolare e alle alterazioni del sistema cardiovascolare, sulla Iss gli astronauti sperimentano comunemente eruzioni cutanee, allergie atipiche e altri processi infiammatori, sia⁣ acuti che cronici. Tutte queste condizioni‍ sono riconducibili a⁤ una disfunzione⁣ del sistema immunitario. Un nuovo studio ‍pubblicato ieri ⁤sulla⁢ rivista ‌Cell edita da Cell Press suggerisce che‍ tutti questi ⁣problemi potrebbero‌ avere un’origine comune: la​ natura eccessivamente ‌“sterile” della navicella spaziale.

Condotto da un team di ricerca guidato dall’Università della California a ⁢San Diego, lo studio ha dimostrato⁣ che la Stazione Spaziale Internazionale ha una diversità microbica molto inferiore rispetto agli ambienti naturali terrestri, con la maggior parte dei germi ‍presenti appartenenti al microbioma cutaneo, cioè l’insieme dei germi naturalmente ⁢residenti sulla nostra pelle. Inoltre, sarebbe eccessivamente pulita.⁢ Poiché sempre più studi ‌collegano le ‍malattie infiammatorie croniche alla ridotta esposizione ⁣microbica propria di‍ ambienti troppo lindi, ⁣l’ipotesi dei⁢ ricercatori è ‌che il problema delle risposte⁤ infiammatorie‍ sviluppate dagli astronauti sulla Iss potrebbe essere collegato a questi ⁤aspetti. ⁣Insomma, il mantra per vivere meglio sulla‌ Iss sarebbe ‍lo stesso che i pediatri ⁤e le pediatre ci ripetono ‌sin da piccoli: bisogna sporcarsi, troppa igiene fa male.

Per giungere alla‍ loro conclusione, i ricercatori hanno esaminato ben 803 campioni – 100 volte più di quelli prelevati ⁢nelle ⁢precedenti indagini – raccolti all’interno dell’US‌ Orbital Segment‍ (Usos), ‍l’unità ‍orbitale​ costruita e gestita dalla Nasa, dall’Esa, dall’Agenzia spaziale​ canadese (Csa) e dall’Agenzia spaziale giapponese (Jaxa). L’esperimento si chiama three-dimensional microbial ‌mapping (3dmm), un’ambiziosa indagine il cui obiettivo⁣ era mappare le comunità microbiche e le specie chimiche presenti sulle superfici della⁤ Iss.

A prelevare i campioni ‍da analizzare con una sorta‌ di cotton fioc strisciato su una ‌generica‍ area – tamponi di superficie, ⁣è così che si chiamano – sono stati gli astronauti della Expedition 64,​ la ‍64esima missione sulla‌ Stazione ​spaziale internazionale, iniziata ‍il 21 ⁣ottobre 2020 e ⁣conclusa il 17 aprile 2021. L’astronauta della Expedition 64 Kate Rubins con in​ mano ⁤i tamponi di superficie per l’indagine ‍3dmm.‌ Crediti: Nasa

La missione portava a bordo circa mille⁤ dispositivi di campionamento. Per portare a termine ‍l’esperimento, agli astronauti è stato chiesto di tamponare una‌ superficie di⁣ 5 cm x 5 cm in specifiche‍ posizioni all’interno ⁢di nove degli undici moduli orbitali della Usos. Lo sforzo di campionamento,⁤ effettuato con strisciate a zig zag per ⁢coprire ⁢tutta la superficie in ⁣esame e favorire il trasferimento dei germi al cotton fioc, ha richiesto in totale 6 giorni, impegnando⁢ gli astronauti ​per‌ 23⁣ ore e 52 minuti. ‌I campioni‍ sono giunti sulla Terra conservati a ‌meno ‍ottanta⁤ gradi Celsius, e hanno mantenuto questa temperatura ⁤fino⁣ all’arrivo ai laboratori ⁣di ​ricerca dell’Università della ⁤California a San​ Diego. Qui, dopo l’inventariazione, i campioni sono ‍stati aperti e⁢ sottoposti a una duplice ⁤analisi: chimica, per identificare residui di sostanze utilizzate⁣ per l’igiene degli ambienti; e ⁢genomica,⁤ per caratterizzare e ‌identificare i ceppi batterici presenti. Come gli esseri ‍umani, ‌anche i batteri possiedono infatti un codice ‍genetico univoco. L’analisi dell’ordine dei mattoncini che lo compongono ⁤– le⁢ basi‌ azotate – tramite il ‍sequenziamento del Dna, fornisce ai ricercatori indizi sulla ‌loro identità.

Il primo risultato delle indagini‌ è venuto fuori dal confronto ​del microbioma della⁤ Iss ‍con quello di ambienti terrestri. I ricercatori hanno scoperto che le‍ comunità ⁢microbiche presenti erano meno‌ diversificate rispetto alla maggior parte dei campioni prelevati‌ sulla Terra. In particolare, le superfici erano prive di microbi​ ambientali liberi⁢ che si trovano di solito nel suolo e nell’acqua, con una ⁤composizione più simile ai campioni⁣ provenienti da ambienti industrializzati e​ isolati, come ospedali, habitat chiusi e ⁢case presenti in aree⁣ urbanizzate. I germi‍ più rappresentati erano ​quelli che costituiscono il⁣ microbioma​ umano, ovvero l’insieme di microbi‌ che ‌popolano naturalmente – perché sì, che ci piaccia o no⁢ li abbiamo, ed è pure un ​bene – la nostra ⁣pelle.

Il secondo risultato delle analisi è ⁢che la diversità microbica nella Iss variava‌ a seconda del‍ modulo di ‍provenienza del campione. Tale diversità, spiegano ‌i ricercatori, non ‌può dipendere da fattori ‍ambientali⁤ condivisi tra moduli interconnessi, come pressioni parziali atmosferiche, temperatura ed esposizione alle radiazioni, ma è influenzata dallo⁣ specifico tipo di utilizzo che⁢ gli⁣ astronauti fanno del modulo. Ad​ esempio, le aree di ‌ristorazione e‌ preparazione del cibo contenevano più microbi associati‍ agli alimenti, ⁤mentre la toilette conteneva più microbi associati alle​ attività di minzione ‌e defecazione. Il ‌terzo risultato, quello che più di tutti ha sorpreso gli‌ scienziati, è che ovunque erano presenti ‍tracce di ⁤sostanze chimiche tipiche dei prodotti per l’igiene e la disinfezione.

«Abbiamo notato​ che l’abbondanza⁤ di ⁤disinfettante sulla superficie della Stazione spaziale ‌internazionale è⁤ strettamente correlata alla diversità del microbioma in diversi⁤ ambienti», dice a questo proposito Nina ‍Zhao, ricercatrice dell’Università⁣ della California a San Diego e co-autrice‍ dello studio.

Alla luce di questi risultati, ⁤l’ipotesi dei ricercatori è che la perdita di diversità microbica sulla ​Iss possa essere associata ‍all’eccessivo uso di disinfettanti e che questo sia⁤ a stretto giro ​correlato alle disfunzioni del sistema immunitario. Sempre più⁣ studi suggeriscono⁢ infatti ⁣che un’esposizione microbica ‍diversificata può giovare alla salute umana, contribuendo alla produzione di un ventaglio di anticorpi che rendono le⁤ nostre difese immunitarie più forti.⁣ Per ovviare ⁣a⁤ questi problemi gli autori ⁤propongono due soluzioni, entrambe in grado di salvaguardare la​ salute degli astronauti senza ‌sacrificare l’igiene.

Nel riquadro‍ (A) è⁣ mostrata la configurazione​ del segmento orbitale ⁢statunitense della Iss. I⁢ moduli campionati in questo studio sono visualizzati a colori, mentre ⁣gli altri in grigio. Nel‌ riquadro ‌(B) ⁤sono visualizzati i grafici che mostrano il numero di campioni ⁣raccolti in ciascun modulo oggetto dello ⁢studio. Il⁣ riquadro (C) mostra il flusso di lavoro per l’analisi ‌dei campioni. Il riquadro ⁣(D),‌ mostra ⁢la visualizzazione‍ 3D ‌del campionamento. Crediti: Rodolfo‍ A. Salido et al., Cell, 2025

La prima‌ soluzione consiste nel⁢ creare all’interno della ⁤Iss ​ambienti ⁣popolati da ​microbi che di⁤ solito si trovano in ambienti⁢ naturali, ad esempio i giardini. «Invece di fare affidamento su spazi altamente sanificati, le future ‍stazioni spaziali potrebbero trarre vantaggio dall’introduzione intenzionale di comunità microbiche che permettano di⁣ imitare l’esposizione naturale ⁣a​ germi che si sperimenta sulla ​Terra», dice a questo proposito Rodolfo Salido, ricercatore all’Università della California a San Diego e primo autore dello studio.

La seconda soluzione proposta è una sanificazione basata⁤ sull’utilizzo di probiotici (batteri​ “buoni”) anziché di sostanze chimiche,‍ un⁤ metodo che consente ‌di ridurre la contaminazione delle superfici da parte ⁢di germi patogeni sfruttando la competizione biologica tra questi batteri e ⁣microrganismi innocui per la salute. «Se vogliamo davvero che la ‌vita prosperi fuori dalla Terra, non ‌possiamo ​semplicemente prendere un piccolo ramo dell’albero della​ vita, lanciarlo⁢ nello spazio e sperare che funzioni», continua Salido. «Dobbiamo ​iniziare a pensare a quali‍ altri‍ compagni utili dovremmo inviare con gli astronauti, per aiutarli a sviluppare ecosistemi che saranno ⁤sostenibili e ​benefici ​per tutti».

L’assenza di microbi ambientali ​terrestri, combinata con l’elevato uso ​di disinfettanti suggerisce che la Iss possa‍ essere un ambiente non ‌ottimale per⁢ supportare‍ la ⁣funzione del sistema immunitario, ⁢concludono i ricercatori. Questo studio fornisce ⁣prove preziose circa il fatto che sulla Iss esiste⁢ un gradiente microbico e chimico collegato all’utilizzo dei‌ vari moduli abitativi che a sua ⁤volta è connesso a vari rischi sulla salute,‍ offrendo spunti che ⁤possono aiutare la‌ progettazione delle future stazioni spaziali per missioni⁣ a‌ lungo‍ termine.


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