Clima, il negazionismo è più forte nei Paesi con politiche verdi

Negli ultimi trent’anni⁣ le organizzazioni negazioniste del cambiamento⁢ climatico sono cresciute soprattutto nei Paesi che si sono impegnati maggiormente nelle politiche green: a evidenziare questa dinamica ‘reazionaria’, spesso slegata da interessi puramente economici o politici, è lo studio internazionale pubblicato sulla rivista Plos One da ricercatori ‌della Stanford University. Studi precedenti avevano evidenziato come in passato l’industria dei combustibili ​fossili, i‌ think tank conservatori e alcuni ⁢filantropi avessero ⁤alimentato lo⁢ scetticismo sui cambiamenti climatici negli Stati Uniti per ⁣favorire ‍i propri interessi economici e politici. Tuttavia, negli ultimi decenni, il movimento anti-clima è diventato internazionale e ora include ‍organizzazioni ‌eclettiche le cui idee non sono‌ direttamente‌ legate a interessi economici⁢ o politici.

Per comprendere meglio i fattori che​ influenzano la crescita di ⁢questi‍ movimenti, i ricercatori di Stanford hanno condotto ‌un’analisi statistica prendendo in considerazione oltre 160 Paesi e centinaia di organizzazioni‌ anti-clima in tutto il mondo. L’analisi suggerisce che le organizzazioni anti-clima hanno maggiori probabilità ​di‍ sorgere in Paesi che hanno forti politiche ⁣di⁣ protezione dell’ambiente. Non sono invece emersi legami con fattori ⁤correlati agli interessi economici di un Paese, come le emissioni di gas serra o la dipendenza‍ dalle risorse petrolifere, né con il livello di sviluppo⁢ economico, l’ideologia ‍della leadership politica o il legame con gli Stati Uniti.

“Oltre 50 Paesi in tutto il‌ mondo ospitano ora almeno un’organizzazione​ anti-clima: ‍organizzazioni no profit che lavorano per ‌minare la scienza e la politica sul clima”, scrivono i ricercatori. “Queste organizzazioni sono attive‍ da tempo⁢ negli Stati Uniti, ma negli ultimi anni si ⁣sono evolute fino a formare un movimento globale; ​sorgono‌ soprattutto nei Paesi con le politiche e le istituzioni ambientali più forti, piuttosto‍ che nei Paesi con i livelli più elevati di emissioni di ​gas serra o attività industriale”.

Questi risultati supportano l’idea che dinamiche reazionarie e di opposizione modellino i movimenti anti-clima, in un ‌processo che è intrecciato con l’evoluzione delle politiche ambientali. Per questi i ricercatori suggeriscono alle associazioni ambientaliste e ai decisori politici di valutare sempre come le loro azioni possano⁤ innescare movimenti reazionari controproducenti, in modo da adottare strategie‍ che possano mitigare ⁣il rischio.


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